martedì 15 novembre 2011

Il bambino e la libertà

Una volta c’è un bambino. Non che i bambini non ci possano essere due volte, o tre, o cinquanta, ma questa volta qui questo bambino c’è questa volta sola. E’ infatti un bambino unicamente bello e gioioso, vivace, curioso, semplice e quindi particolare. Due occhioni neri neri, vivaci e luminosi, da scrutatore; tant’è vero che tra le tante categorie di bambini, lui appartiene a quella in via d’estinzione, di cui fanno parte i bambini che mantengono le caratteristiche naturali per cui hanno senso in questo mondo. E’ diverso dai tanti bambini senili che spesso si vedono in città, quelli che hanno la puzza sotto il naso che stanno sempre a fare i capricci.
Osservandolo, si capisce subito che è un appassionato giocatore, di quelli che puntano alto e rischiano, che azzardano ogni passo nella vita senza alcuna paura. Adora arrampicarsi sugli alberi, sulle scale, sul tetto delle capanne, sulle biciclette, sulle muraglie, sulle siepi, sui trattori, sul tavolo, sulla sedia, sulle persone. Vuole arrivare in alto. Non perché si senta migliore degli altri, ma per il semplice motivo per cui dall’alto si può guardare giù. Vedere tutto da un’altra prospettiva. Stufo di vedere le case come cose e i maiali come animali, il terreno come basso e il tetto come alto, lui decide di ribaltare le cose. Arrampicarsi non è solo un gioco per riempire il tempo, è anche una scalata impegnativa alimentata dalla voglia di scoprire nuovi orizzonti; una volta in alto aprire gli occhi e vedere come, rapportato alla vastità della visuale, tutto ciò che prima era grande, ora è così piccolo. L’esperienza gli ha insegnato che per raggiungere la vetta delle cose spesso ci si fa male. Infatti appena vede un bell’albero robusto dai rami lunghi e piani prende la rincorsa, si aggrappa e sale con l’agilità di una scimmia, scorticandosi le ginocchia e spesso cadendo nell’erba riempiendosi di botte. In tal caso si rialza più ostinato di prima e ci riprova finchè ci riesce.
La domanda dalla quale i bambini vengono bombardati maggiormente è “Che cosa vuoi fare da grande?”. Stupidi adulti. Proprio non capiscono. Lui vuole fare lo scalatore, vuole cimare l’Everest! Vuole vedere il mondo dal punto più alto. E dopo farà l’astronauta.
In risposta, gli adulti ridono sempre.
Poveri scemi, cosa ci sarà da ridere poi non lo sanno nemmeno loro. Ridono perché sembra loro assurdo che uno sogni di fare quello che vuole. Basta guardarli loro, incravattati e profumati, fede al dito e volti rasati, mi fanno pena. Lui non diventerà mai come loro. Se mai si comprerà una cravatta, sarà per usarla come vessillo sulla cima dell’Everest, altro che ufficio e conti cifrati.
Un giorno suo papà gli dice: “domani andiamo in città.”
Così sia.
Il giorno dopo, mano nella mano, padre e figlio camminano per le vie del centro: il padre con gli occhi sull’orologio e il nostro bambino col naso all’insu, occhi puntati sugli altissimi grattacieli che svettano e trafiggono perfino il cielo grigio di novembre. La città è un ammasso di cose grigie, scure, scolorite, squadrate e tristi, tutte uguali. Le strade sporche, umide, i rifiuti. Poi ci sono le persone: innumerevoli, sole e indaffarate camminano in fretta e cercano di vincere il tempo, controllano di tanto in tanto il loro quadrante da polso.
Il nostro bambino è amareggiato. Vuole vedere la città dall’alto.
Non si fida di quella prospettiva, è troppo brutta.
<Magari da lassù–indicando la fine di un altissimo grattacielo- mi sentirò meglio.>
Il padre dice che useranno l’ascensore, una specie di cabina che vince la forza di gravità e in un batterdocchio li avrebbe trasportati sulla vetta più alta del più alto grattacielo. Appena è ora di salire, il bambino ha paura, gli sembra troppo stupido. Come può essere così semplice arrivare così tanto in alto? -Lui è abituato a sudarsele le scalate!!- Il padre lo rassicura, lo prende in braccio e lo tranquillizza.
I dieci minuti di salita sono interminabili.
Nel silenzio si sente il solo rumore invadente dell’ascensore, fa girare la testa.
Arrivati in cima, i due escono.
Il bambino corre fuori ad affacciarsi, si alza in punta di piedi, sporge il capo dal parapetto e guarda.
Senza parole.
Le persone sono puntini infinitesimali che si muovono caoticamente in un labirinto di strade e grattacieli, l’orizzonte è chiuso, imprigionato.
Altro che distese di campi di grano e viste di fiumi e montagne. Altro che verde e azzurro: il cielo è maledettamente grigio e si fonde con le case. E’ un cielo senza identità, è lì solo per comunicare neutralità, quasi si arrende al dominio umano, sicuramente lo riflette.
Il nostro bambino è improvvisamente stanco, nemmeno si aggrappa al muro, corre dal papà e gli salta addosso.
“E’ molto più bello sbucciarsi le ginocchia e arrampicarsi sul melo, è molto più azzurro il cielo, è molto più grande il mondo, è molto più sicuro stare aggrappati con un dito ad un ramo che qui su questo grattacielo, dove ti fanno volare in alto per farti lasciar cadere dalla paura di essere così piccolo. Qui si cade solo guardando giù.” Il padre strinse forte il suo bambino, lo guardò negli occhi sconfortati e gli sussurrò: “Qui le persone credono di arrivare in alto facilmente, ma in realtà cadono ancora prima di partire. Tu l’hai capito. Sei il mio piccolo eroe, promettimi che ti sbuccerai le ginocchia miliardi di volte, ti ferirai e cadrai. Solo questo ti può garantire la libertà, che è l’emozione che provi quando guardi il mondo dall’alto del tuo melo. Se sarai libero, sarai sulla vetta del mondo.”

Pioggerellina

Pioggerellina,
batti rintocchi risuoni e tuoni
l'anima mia

Mi tocchi.

Timida carezza arrivi fina
flebile lieve titubante
dolce acquetta

Mi sfiori.

"Chiù" di sensazioni
di orgasmici assiuoli
di asmatici respiri

Mi penetri.

Tu, pioggerellina mia,
pizzichi il mio cuore
riaffiori profumi e rivivi sapori
rinfreschi i bollenti colori
di quella gelida
umida
storia d'amore.

"Come d'autunno sugli alberi le foglie"?


Alcune persone sono delle rocce: convinte di camminare appaiono immobili, esse non tradiscono la propria parola perché quando l'hanno pronunciata hanno semplicemente espresso una convinzione profonda, troppo grave da manipolare. Altre persone sono delle foglie al vento. Ogni rifolo può modificare il loro volere, le loro parole e pensieri vanno da un estremo all’altro come l’altalena in un pomeriggio assolato. Le foglie spesso sfruttano le rocce per ottenere una parvenza di stabilità quando ne hanno bisogno, mentre le rocce ammirano e si invaghiscono di queste foglie per la scarica di vitalità che queste sanno infondere.

Tuttavia, ciò che vorrei in fondo essere è il vento, che soffia sulle rocce incarnando il tempo, logorandole. Vorrei essere il vento perché trasporta le foglie dando loro fascino e verità.
Vorrei essere il vento perché è il motore del cambiamento.

domenica 6 novembre 2011

La parola serva del narcisismo.

Aprire un libro, sfogliarne le pagine e sentirne sotto i polpastrelli lo scorrere sinuoso, è un gesto che mi permette di accedere ai profumi nascosti della parola. Quando sfoglio i libri nuovi, quelli che hanno ancora addosso l’odore della stampa, vergini al tatto e al tratto di matita, mi sembra di stare in un bosco in cui sia appena piovuto, quando ogni corteccia di ogni singolo albero ha un suo particolare profumo e dove ogni singola entità ha un suo preciso ruolo nell’ecosistema naturale. Libri incontaminati. Anche la parola è una risorsa che emana profumo originario e puro. La parola scritta ancora non vagliata dai miei occhi è un tesoro, e il libro ne è il fortino. La sua scoperta dura tutta la lettura, che termina con l’apertura brusca del forziere e con l’appropriarsi dei gioielli contenuti.
In realtà prima di aprire il libro e iniziare a leggerlo mi guardo allo specchio: due occhi marroni scrutano un volto pallido. Ho l’espressione stanca, stravolta dalla mole di studio da 5° superiore. Torno al mio libro. Mi piace toccarlo, sentirne la consistenza, aprirlo a caso e guardare la pagina nell’insieme. Com’è bello sapere che quest’oggetto ha un’anima, che si rivela solo dal momento in cui i miei occhi scorrono le parole e la mia mente le interiorizza. E’ un’anima potentissima, una bomba in divenire.
Inizio a leggere. Man mano che leggo la luce emanata dalla parola fuoriesce e mi illumina, talvolta mi violenta, talvolta mi abbaglia. Ogni tanto mi fermo, faccio una pausa spostando lo sguardo dal libro al vuoto di fronte a me. Penso al niente. Poi mi riprendo e ricomincio. Così, fino alla fine. Mi rendo conto ogni volta che la fine è micidiale. Mi distrugge per due motivi: prima di tutto perchè leggere un libro è un piacere, e la soddisfazione non giunge alla fine, ma durante. Quindi il termine del libro è la fine della soddisfazione di leggerlo. In secondo luogo la fine di un libro è la fine. Ultima parola. Basta. Non c’è più speranza di capovolgimento degli eventi, di un’alternativa perché quella scritta non ci piace. Non è come i biscotti, che ognuno è sempre l’ultimo.
Leggere un libro è amarne la trama, immedesimarsi nei personaggi, nelle dinamiche intime delle frasi. Dare ai personaggi le proprie aspirazioni, e assumere dei personaggi le loro caratteristiche: una fusione libro-lettore. Ogni libro infatti è diverso a seconda di chi lo legge. Non è come un film, in cui le immagini e i personaggi sono così per tutti. Il libro lascia ampio spazio all’immaginazione soggettiva, all’interpretazione. Se l’eroe del racconto è biondo e bello, allora entra in gioco l’idea di bellezza che ognuno ha sua, che si rifletterà su quel personaggio positivo, che sarà protagonista delle azioni più nobili. In un film invece, se l’eroe è Brad Pitt, allora dev’essere bello per tutti, ma è una bellezza imposta. La soggettività sta nel fatto che la parola è un ostacolo che permette di andarvi oltre con l’immaginazione, una sorta di siepe leopardiana che ognuno oltrepassa come vuole. Un libro è anche uno specchio che riflette l’interiorità: leggerlo è scrutare, scavare con gli occhi negli abissi del narrato per scoprire quello che in fondo è il proprio vissuto. Non possiamo negare che guardarsi allo specchio è un’azione tipica dell’uomo. Ogni mattina ognuno di noi lo fa, è di routine. Come se dovessimo avere la conferma che anche oggi siamo noi, tali e quali eravamo ieri. Lo specchio ci permette di accedere alla nostra identità fisica, e magari modellarcela. Tutto ciò che siamo esteriormente è stato esaminato accuratamente dall’occhio attraverso uno specchio. Ecco che il libro, allo stesso modo, riflette la nostra sfera interiore. Ogni lettore è un Narciso che, specchiandosi nel racconto, non solo assume un’identità, ma ne rimane imprigionato.
Mentre questi pensieri mi attraversano, mi guardo di nuovo allo specchio.
Parole stampate sul volto, sugli occhi, negli occhi. Sono allibita. Apro la bocca e d’improvviso la voce prende corpo nel mio riflesso: le parole prendono vita sulle mie labbra, vivono, si accoppiano, fanno l’amore miliardi e miliardi di volte su di me e con me. E poi saltano, si abbracciano, si odiano. Camminano, schiocchiano, ululano, si rilassano, dormono. Il mio volto viene letto e interpretato dalle stesse parole. Il soggetto diventa oggetto, e viceversa, continuamente. Verbi, nomi propri, aggettivi, pronomi: sillabe danzanti su di me. Mi perdo nella magia delle parole. Muoio e rinasco nella potenza creatrice di questo manoscritto riflesso.

Sgargianti pillole.

Buona giornata. 
Sicuramente vi starete chiedendo qual buon vento mi spinge ad aprire un blog proprio in tempo di crisi. Beh, la risposta esatta non è la A (depressione) e non è la B (bisogno di coccole virtuali). E non è nemmeno la C (ora manco di immaginazione).
Ecco, la verità è che non ci sono opzioni chiare, messe -diciamo così- nere su bianco. La brezza dell'indipendenza è come una bomba radioattiva che scoppia e, in modo ancora più rapido di un fulmineo effetto domino, provoca conseguenze significative in un raggio abbastanza ampio di territorio circostante. Nel mio caso, ciò che è stato contaminato dalle radiazioni è il mio modo di vedere tutti voi; se prima indossavo un paio di mediocri occhiali grigi che non pulivo da anni, ora ne indosso uno giallo canarino, e ne ho altri 10 di ricambio, tutti di colori diversi, per ogni volta che la realtà così com'è (!) mi provoca qualche odiosa smorfia di disgusto sul viso.
Certo, non bastano degli occhiali per cambiare il mondo. Non certo il vostro, il nostro. Ma il mio si!
C'è chi dice che "se cambi te stesso, cambi il mondo intero" e, in effetti, assumendo ciò come vero, è palese dedurre che è da un po' di crisitempo che nessuno si cambia le mutande, ed ecco che, di conseguenza, ci troviamo tutti nella merda. Ma basta pessimismi! Io vivo felice in questo fantapaese, voi no?! Nemmeno tu, Lupo Lucio? Per mille pigne, (sub)cittadini, va tutto bene! E anche se fossimo tutti nella me*da, MA che problema c'è?
D'altronde lo diceva anche Faber, che "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior"

Ecco, mannaggia, che di nuovo il logos mi porta a codeste digressioni spiacevoli.
Ma non mi preoccupo, sorrido e indosso questo vetrato rosa schocking.