Aprire un libro, sfogliarne le pagine e sentirne sotto i polpastrelli lo scorrere sinuoso, è un gesto che mi permette di accedere ai profumi nascosti della parola. Quando sfoglio i libri nuovi, quelli che hanno ancora addosso l’odore della stampa, vergini al tatto e al tratto di matita, mi sembra di stare in un bosco in cui sia appena piovuto, quando ogni corteccia di ogni singolo albero ha un suo particolare profumo e dove ogni singola entità ha un suo preciso ruolo nell’ecosistema naturale. Libri incontaminati. Anche la parola è una risorsa che emana profumo originario e puro. La parola scritta ancora non vagliata dai miei occhi è un tesoro, e il libro ne è il fortino. La sua scoperta dura tutta la lettura, che termina con l’apertura brusca del forziere e con l’appropriarsi dei gioielli contenuti.
In realtà prima di aprire il libro e iniziare a leggerlo mi guardo allo specchio: due occhi marroni scrutano un volto pallido. Ho l’espressione stanca, stravolta dalla mole di studio da 5° superiore. Torno al mio libro. Mi piace toccarlo, sentirne la consistenza, aprirlo a caso e guardare la pagina nell’insieme. Com’è bello sapere che quest’oggetto ha un’anima, che si rivela solo dal momento in cui i miei occhi scorrono le parole e la mia mente le interiorizza. E’ un’anima potentissima, una bomba in divenire.
Inizio a leggere. Man mano che leggo la luce emanata dalla parola fuoriesce e mi illumina, talvolta mi violenta, talvolta mi abbaglia. Ogni tanto mi fermo, faccio una pausa spostando lo sguardo dal libro al vuoto di fronte a me. Penso al niente. Poi mi riprendo e ricomincio. Così, fino alla fine. Mi rendo conto ogni volta che la fine è micidiale. Mi distrugge per due motivi: prima di tutto perchè leggere un libro è un piacere, e la soddisfazione non giunge alla fine, ma durante. Quindi il termine del libro è la fine della soddisfazione di leggerlo. In secondo luogo la fine di un libro è la fine. Ultima parola. Basta. Non c’è più speranza di capovolgimento degli eventi, di un’alternativa perché quella scritta non ci piace. Non è come i biscotti, che ognuno è sempre l’ultimo.
Leggere un libro è amarne la trama, immedesimarsi nei personaggi, nelle dinamiche intime delle frasi. Dare ai personaggi le proprie aspirazioni, e assumere dei personaggi le loro caratteristiche: una fusione libro-lettore. Ogni libro infatti è diverso a seconda di chi lo legge. Non è come un film, in cui le immagini e i personaggi sono così per tutti. Il libro lascia ampio spazio all’immaginazione soggettiva, all’interpretazione. Se l’eroe del racconto è biondo e bello, allora entra in gioco l’idea di bellezza che ognuno ha sua, che si rifletterà su quel personaggio positivo, che sarà protagonista delle azioni più nobili. In un film invece, se l’eroe è Brad Pitt, allora dev’essere bello per tutti, ma è una bellezza imposta. La soggettività sta nel fatto che la parola è un ostacolo che permette di andarvi oltre con l’immaginazione, una sorta di siepe leopardiana che ognuno oltrepassa come vuole. Un libro è anche uno specchio che riflette l’interiorità: leggerlo è scrutare, scavare con gli occhi negli abissi del narrato per scoprire quello che in fondo è il proprio vissuto. Non possiamo negare che guardarsi allo specchio è un’azione tipica dell’uomo. Ogni mattina ognuno di noi lo fa, è di routine. Come se dovessimo avere la conferma che anche oggi siamo noi, tali e quali eravamo ieri. Lo specchio ci permette di accedere alla nostra identità fisica, e magari modellarcela. Tutto ciò che siamo esteriormente è stato esaminato accuratamente dall’occhio attraverso uno specchio. Ecco che il libro, allo stesso modo, riflette la nostra sfera interiore. Ogni lettore è un Narciso che, specchiandosi nel racconto, non solo assume un’identità, ma ne rimane imprigionato.
Mentre questi pensieri mi attraversano, mi guardo di nuovo allo specchio.
Parole stampate sul volto, sugli occhi, negli occhi. Sono allibita. Apro la bocca e d’improvviso la voce prende corpo nel mio riflesso: le parole prendono vita sulle mie labbra, vivono, si accoppiano, fanno l’amore miliardi e miliardi di volte su di me e con me. E poi saltano, si abbracciano, si odiano. Camminano, schiocchiano, ululano, si rilassano, dormono. Il mio volto viene letto e interpretato dalle stesse parole. Il soggetto diventa oggetto, e viceversa, continuamente. Verbi, nomi propri, aggettivi, pronomi: sillabe danzanti su di me. Mi perdo nella magia delle parole. Muoio e rinasco nella potenza creatrice di questo manoscritto riflesso.
Inizio a leggere. Man mano che leggo la luce emanata dalla parola fuoriesce e mi illumina, talvolta mi violenta, talvolta mi abbaglia. Ogni tanto mi fermo, faccio una pausa spostando lo sguardo dal libro al vuoto di fronte a me. Penso al niente. Poi mi riprendo e ricomincio. Così, fino alla fine. Mi rendo conto ogni volta che la fine è micidiale. Mi distrugge per due motivi: prima di tutto perchè leggere un libro è un piacere, e la soddisfazione non giunge alla fine, ma durante. Quindi il termine del libro è la fine della soddisfazione di leggerlo. In secondo luogo la fine di un libro è la fine. Ultima parola. Basta. Non c’è più speranza di capovolgimento degli eventi, di un’alternativa perché quella scritta non ci piace. Non è come i biscotti, che ognuno è sempre l’ultimo.
Leggere un libro è amarne la trama, immedesimarsi nei personaggi, nelle dinamiche intime delle frasi. Dare ai personaggi le proprie aspirazioni, e assumere dei personaggi le loro caratteristiche: una fusione libro-lettore. Ogni libro infatti è diverso a seconda di chi lo legge. Non è come un film, in cui le immagini e i personaggi sono così per tutti. Il libro lascia ampio spazio all’immaginazione soggettiva, all’interpretazione. Se l’eroe del racconto è biondo e bello, allora entra in gioco l’idea di bellezza che ognuno ha sua, che si rifletterà su quel personaggio positivo, che sarà protagonista delle azioni più nobili. In un film invece, se l’eroe è Brad Pitt, allora dev’essere bello per tutti, ma è una bellezza imposta. La soggettività sta nel fatto che la parola è un ostacolo che permette di andarvi oltre con l’immaginazione, una sorta di siepe leopardiana che ognuno oltrepassa come vuole. Un libro è anche uno specchio che riflette l’interiorità: leggerlo è scrutare, scavare con gli occhi negli abissi del narrato per scoprire quello che in fondo è il proprio vissuto. Non possiamo negare che guardarsi allo specchio è un’azione tipica dell’uomo. Ogni mattina ognuno di noi lo fa, è di routine. Come se dovessimo avere la conferma che anche oggi siamo noi, tali e quali eravamo ieri. Lo specchio ci permette di accedere alla nostra identità fisica, e magari modellarcela. Tutto ciò che siamo esteriormente è stato esaminato accuratamente dall’occhio attraverso uno specchio. Ecco che il libro, allo stesso modo, riflette la nostra sfera interiore. Ogni lettore è un Narciso che, specchiandosi nel racconto, non solo assume un’identità, ma ne rimane imprigionato.
Mentre questi pensieri mi attraversano, mi guardo di nuovo allo specchio.
Parole stampate sul volto, sugli occhi, negli occhi. Sono allibita. Apro la bocca e d’improvviso la voce prende corpo nel mio riflesso: le parole prendono vita sulle mie labbra, vivono, si accoppiano, fanno l’amore miliardi e miliardi di volte su di me e con me. E poi saltano, si abbracciano, si odiano. Camminano, schiocchiano, ululano, si rilassano, dormono. Il mio volto viene letto e interpretato dalle stesse parole. Il soggetto diventa oggetto, e viceversa, continuamente. Verbi, nomi propri, aggettivi, pronomi: sillabe danzanti su di me. Mi perdo nella magia delle parole. Muoio e rinasco nella potenza creatrice di questo manoscritto riflesso.
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