Una volta c’è un bambino. Non che i bambini non ci possano essere due volte, o tre, o cinquanta, ma questa volta qui questo bambino c’è questa volta sola. E’ infatti un bambino unicamente bello e gioioso, vivace, curioso, semplice e quindi particolare. Due occhioni neri neri, vivaci e luminosi, da scrutatore; tant’è vero che tra le tante categorie di bambini, lui appartiene a quella in via d’estinzione, di cui fanno parte i bambini che mantengono le caratteristiche naturali per cui hanno senso in questo mondo. E’ diverso dai tanti bambini senili che spesso si vedono in città, quelli che hanno la puzza sotto il naso che stanno sempre a fare i capricci.
Osservandolo, si capisce subito che è un appassionato giocatore, di quelli che puntano alto e rischiano, che azzardano ogni passo nella vita senza alcuna paura. Adora arrampicarsi sugli alberi, sulle scale, sul tetto delle capanne, sulle biciclette, sulle muraglie, sulle siepi, sui trattori, sul tavolo, sulla sedia, sulle persone. Vuole arrivare in alto. Non perché si senta migliore degli altri, ma per il semplice motivo per cui dall’alto si può guardare giù. Vedere tutto da un’altra prospettiva. Stufo di vedere le case come cose e i maiali come animali, il terreno come basso e il tetto come alto, lui decide di ribaltare le cose. Arrampicarsi non è solo un gioco per riempire il tempo, è anche una scalata impegnativa alimentata dalla voglia di scoprire nuovi orizzonti; una volta in alto aprire gli occhi e vedere come, rapportato alla vastità della visuale, tutto ciò che prima era grande, ora è così piccolo. L’esperienza gli ha insegnato che per raggiungere la vetta delle cose spesso ci si fa male. Infatti appena vede un bell’albero robusto dai rami lunghi e piani prende la rincorsa, si aggrappa e sale con l’agilità di una scimmia, scorticandosi le ginocchia e spesso cadendo nell’erba riempiendosi di botte. In tal caso si rialza più ostinato di prima e ci riprova finchè ci riesce.
La domanda dalla quale i bambini vengono bombardati maggiormente è “Che cosa vuoi fare da grande?”. Stupidi adulti. Proprio non capiscono. Lui vuole fare lo scalatore, vuole cimare l’Everest! Vuole vedere il mondo dal punto più alto. E dopo farà l’astronauta.
In risposta, gli adulti ridono sempre.
Poveri scemi, cosa ci sarà da ridere poi non lo sanno nemmeno loro. Ridono perché sembra loro assurdo che uno sogni di fare quello che vuole. Basta guardarli loro, incravattati e profumati, fede al dito e volti rasati, mi fanno pena. Lui non diventerà mai come loro. Se mai si comprerà una cravatta, sarà per usarla come vessillo sulla cima dell’Everest, altro che ufficio e conti cifrati.
Un giorno suo papà gli dice: “domani andiamo in città.”
Così sia.
Il giorno dopo, mano nella mano, padre e figlio camminano per le vie del centro: il padre con gli occhi sull’orologio e il nostro bambino col naso all’insu, occhi puntati sugli altissimi grattacieli che svettano e trafiggono perfino il cielo grigio di novembre. La città è un ammasso di cose grigie, scure, scolorite, squadrate e tristi, tutte uguali. Le strade sporche, umide, i rifiuti. Poi ci sono le persone: innumerevoli, sole e indaffarate camminano in fretta e cercano di vincere il tempo, controllano di tanto in tanto il loro quadrante da polso.
Il nostro bambino è amareggiato. Vuole vedere la città dall’alto.
Non si fida di quella prospettiva, è troppo brutta.
<Magari da lassù–indicando la fine di un altissimo grattacielo- mi sentirò meglio.>
Il padre dice che useranno l’ascensore, una specie di cabina che vince la forza di gravità e in un batterdocchio li avrebbe trasportati sulla vetta più alta del più alto grattacielo. Appena è ora di salire, il bambino ha paura, gli sembra troppo stupido. Come può essere così semplice arrivare così tanto in alto? -Lui è abituato a sudarsele le scalate!!- Il padre lo rassicura, lo prende in braccio e lo tranquillizza.
I dieci minuti di salita sono interminabili.
Nel silenzio si sente il solo rumore invadente dell’ascensore, fa girare la testa.
Arrivati in cima, i due escono.
Il bambino corre fuori ad affacciarsi, si alza in punta di piedi, sporge il capo dal parapetto e guarda.
Senza parole.
Le persone sono puntini infinitesimali che si muovono caoticamente in un labirinto di strade e grattacieli, l’orizzonte è chiuso, imprigionato.
Altro che distese di campi di grano e viste di fiumi e montagne. Altro che verde e azzurro: il cielo è maledettamente grigio e si fonde con le case. E’ un cielo senza identità, è lì solo per comunicare neutralità, quasi si arrende al dominio umano, sicuramente lo riflette.
Il nostro bambino è improvvisamente stanco, nemmeno si aggrappa al muro, corre dal papà e gli salta addosso.
“E’ molto più bello sbucciarsi le ginocchia e arrampicarsi sul melo, è molto più azzurro il cielo, è molto più grande il mondo, è molto più sicuro stare aggrappati con un dito ad un ramo che qui su questo grattacielo, dove ti fanno volare in alto per farti lasciar cadere dalla paura di essere così piccolo. Qui si cade solo guardando giù.” Il padre strinse forte il suo bambino, lo guardò negli occhi sconfortati e gli sussurrò: “Qui le persone credono di arrivare in alto facilmente, ma in realtà cadono ancora prima di partire. Tu l’hai capito. Sei il mio piccolo eroe, promettimi che ti sbuccerai le ginocchia miliardi di volte, ti ferirai e cadrai. Solo questo ti può garantire la libertà, che è l’emozione che provi quando guardi il mondo dall’alto del tuo melo. Se sarai libero, sarai sulla vetta del mondo.”
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